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Coworking pubblici, per far ripartire il lavoro

Il lavoro è una sfida cruciale senza cui non è possibile immaginare un ritorno alla crescita economica. La città di Roma ha una forte componente di pubblico impiego (destinato comunque a ridursi) e ha una strutturale vocazione al terziario. All’interno di quest’ultimo c’è una dimensione fortemente sbilanciata sulle professionalità avanzate, siano esse tradizionali o digitali. Si tratta di lavori ad alto contenuto conoscitivo, ma di difficile stabilizzazione; lavoratori autonomi, in molti casi professionisti con partita iva.

Questa categoria di lavoratori, per la quale è possibile delineare una collocazione generazionale di massima (trenta-cinquantenni) ha contorni poco definiti, non riesce a usufruire delle tutele pensate su uno schema di lavoro ormai superato e si trova, pur nella contingenza dei lavori effettuati, a dover affrontare numerosi costi fissi per lo svolgimento dell’attività (amministrativi, fiscali, di servizio e di locazione).

L’idea è quella di incentivare dei “Professional Center”, attingendo a parte del patrimonio comunale non usato. In virtù di un canone d’affitto, proporzionato all’estensione dei servizi richiesti, i giovani professionisti possono usufruire di una postazione lavoro, di una linea telefonica, della rete internet, di un indirizzo cui far recapitare documenti, di un servizio di contabilità fiscale e di un luogo dove ricevere i potenziali clienti. Questa condivisione di spazi e funzioni permette, da un lato, la riduzione dei costi fissi relativi all’attività e, dall’altro, la possibilità di essere visibili, la creazione di uno status che, per questo tipo di professioni, è condizione indispensabile di credibilità. Infine, promuove uno scambio continuo di punti di vista tra persone analoghe per anagrafe e interessi.

Lo stesso modello è replicabile a livello di micro-imprese, creando factory per le start-up a precisa vocazione tecnologica o digitale, dove si possono costituire piccole società per progetti finanziati.

Lo spazio dei Professional Center è pubblico, quindi parte del patrimonio comunale. I lavori di adeguamento delle struttura possono essere finanziati da privati, attraverso il riconoscimento del naming right del centro che permetterebbe alla società finanziatrice il ritorno sui costi sostenuti. E anche per i servizi forniti all’interno si opererà attraverso procedure di “co-branding” che permettono alla società private che fornisce i servizi di attingere a una clientela professionale ampia, all’amministrazione pubblica di ridurre al minimo l’investimento e al professionisti di ottenere servizi a prezzi estremamente ridotti.

Entro un anno si possono aprire i primi center, entro tre i primi dieci; in cinque anni è possibile andare a regime alla luce del censimento del patrimonio comunale in disuso e dell’interesse manifestato dai privati.

La ricaduta economica si trova nell’incentivazione del lavoro professionale, nell’emersione del sommerso e nel favorire un ricorso a servizi professionali grazie alla riduzione del costo degli stessi.

Il vantaggio sociale si colloca nella creazione di una rete di sostegno per permettere la crescita delle professionalità ad alto contenuto conoscitivo, soprattutto digitali, e nella capacità di offrire una rete di servizi per delle generazioni di professionisti poco considerati dalle amministrazioni pubbliche.

La creazione di centri fissi dove lavorare e ricevere permette la riduzione degli spostamenti (in macchina) e incentiva l’uso del mezzo pubblico.